Invisible Cities by Italo Calvino – A Travel Book Review

Photo taken of a piece in the NY Metropolitan Museum of Art

What do you do when the setting of a story is no setting at all? What about when it is multiple settings at once?

In Invisible Cities by Italo Calvino I explored cities through the descriptions and imagination of Marco Polo. The Venetian tells emperor Kublai Khan about each land of his empire. Since the two don’t speak the same language, Polo uses objects from his travels to explain each city, knowing all along that Khan will interpret it in his own way – just as the reader must interpret each city in his own way.

“I speak and speak,” Marco says, “but the listener retains only the words he is expecting. … It is not the voice that commands the story: it is the ear.”

I could empathize with their language barrier because I read the novel in Italian, my adopted language and the novel’s original language. Sitting in the emperor’s garden the two speak through gestures, through objects, sometimes without even speaking at all, traveling together throughout the empire through the descriptions of Polo.

It’s appropriate that I read the book in Italian. The difference in language only aided my journey into lands that exist and yet simultaneously don’t exist. As Polo and Khan slipped fluidly from lucidity to haziness, I slipped fluidly from understanding to uncertainty.

Not only because I was reading in a language that was not my own, but because of Calvino’s inherently ambiguous descriptions. It’s not that they’re impossible to understand, but that they’re written purposefully to be interpreted in multiple ways, just like Khan interprets Polo or like a traveler interprets a city.

Photo of a piece from the NY Metropolitan Museum of Art

Photo of a piece from the NY Metropolitan Museum of Art

In the beginning of the novel Polo describes a man he comes across in Khan’s court who is in another world on opium. The feel of the scene – the man calmly living halfway in the real world and halfway in the clouds, surrounded by a hazy swirl of smoke drifting from the pipe – is similar to the feel of the novel. Only when I set the novel down did I begin to grasp its content, to realize how much space was covered without ever leaving the emperor’s garden.

In just 165 pages Calvino covers 55 cities. Divided into nine chapters, each city is categorized along a certain theme, such as memories, desire, names or the dead. There’s Despina, the city that can only be approached by crossing a desert, either one of water or of sand, each option changing how the city is viewed by the traveler. There’s Octavia, a spider-web city suspended in the air whose inhabitants are more sure than others, because they at least have the certainty that sooner or later the web will break. There are cities with earth where there should be air and cities with the dead on earth and the living buried deep.

Photo from art at the Met

Photo from art at the Met

You could argue that Invisible Cities is a suggestion for how a city could be. Architects can study the possibilities and communities can study the humanity. For me it’s an experiment with the concepts of travel and place, of movement and stillness. At one point Khan angers and yells at Polo to tell him the truth, to stop describing cities that are all the same. But a traveler’s bias comes from his background.

“To distinguish the other cities’ qualities, I must speak of a first city that remains implicit. For me it is Venice.”

A city is a living element, sometimes changing constantly and other times being buried unmoved. It’s a combination of ideas and thought experiments, created by the individual minds that live it.

“For those who pass it without entering, the city is one thing; it is another for those who are trapped by it and never leave. There is the city where you arrive for the first time; and there is another city which you leave never to return. Each deserves a different name; perhaps I have already spoken of Irene under other names; perhaps I have spoken only of Irene.”

There are no set answers offered in Invisible Cities, just like there are often no set answers found while traveling or, for example, found in another language. If anything, with each new word, each new city, each turn of the page, a new idea is discovered along with the foundations of a city. It’s a book to be read again and again – maybe next time in a different language!

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Italiano:

Photo of "Interrogation" a 2010 piece by Ali Banisadr housed in the Met

Che cosa fai quando l’ambientazione di un romanzo non è proprio definita? O quando ci sono multiple ambientazioni contemporaneamente?

In “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, ho esplorato città attraverso le descrizioni e l’immaginazione di Marco Polo. Il veneziano racconta all’imperatore Kublai Khan ogni dettaglio delle terre del suo impero. Siccome non parlano la stessa lingua, Polo usa oggetti dai suoi viaggi per spiegare ogni città, sapendo tutto il tempo che Khan interpreterà ogni storia a suo modo – cosi come deve fare il lettore.

 “Io parlo parlo, – dice Marco, – ma chi m’ascolta ritiene solo le parole che aspetta. … Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio.”

Riuscivo a cogliere l’ostacolo della lingua, perché ho letto il romanzo non nella mia madrelingua, ma in italiano, la mia lingua adottiva e la lingua originale del libro. Sedendo nel giardino dell’imperatore, i due parlano con gesti, oggetti e a volte senza parlare affatto, viaggiando insieme in tutto l’impero attraverso le descrizioni di Polo.

È opportuno che abbia letto il libro in Italiano. La differenza di lingua ha solo aiutato il mio percorso nelle terre che esistono e tuttavia allo stesso tempo non esistono. Mentre Polo e Khan  sono passati in modo fluido dalla lucidità allo foschia, io sono progressivamente passata dalla comprensione all’ incertezza.

Non solo perché stavo leggendo in una lingua che non era la mia, ma per le descrizioni intrinsecamente ambigue di Calvino. Non sono impossibili da capire, ma sono fatte per essere interpretate in tanti modi, cosi come Khan interpreta Polo o come un viaggiatore interpreta una città.

All’inizio del romanzo Polo trova un uomo nella corte di Khan che è in un altro mondo per via dell’oppio. L’Atmosfera della scena, l’uomo che vive tranquillo metà nel mondo vero e metà tra le nuvole, circondato del fumo che sale dalla sua pipa, è simile all’atmosfera del libro. Solo quando mettevo giù il libro,  iniziavo a capirne il contenuto, a realizzare quanti luoghi mi aveva fatto esplorare senza mai lasciare il giardino dell’imperatore)

In solo 165 pagine, Calvino scorre ben 55 città. Diviso in nove capitoli, ogni città è categorizzata in un certo tema, come ad esempio le memorie, i desideri, nomi o morti. C’è Despina, la città a cui si può accedere solo dal deserto, ce n’è una di acqua e un’altra di sabbia, ed ognuna cambia a seconda di come è vista dal viaggiatore. C’è poi Ottavia, città ragnatela sospesa in aria, i cui abitanti sono più sicuri degli altri, perché hanno almeno la certezza che prima o poi la rete si romperà. Ci sono città dove la terra ha preso il posto dell’aria e città dove i morti camminano e i viventi vengono sepolti.

Photo taken of artwork found in the Pergamon Museum in Berlin, Germany

Photo taken of artwork found in the Pergamon Museum in Berlin, Germany

Qualcuno potrebbe dire che Le Citta Invisibili è un suggerimento per come una citta potrebbe essere. Gli architetti possono studiare le possibilità e le comunità possono studiare l’umanità. Per me, invece, è un esperimento con i concetti di viaggiare e luogo, di movimento e immobilità. Ad un certo punto Khan si arrabbia e urla a Polo di dirgli la verità, di smettere di descrivere città che sono tutti uguali. Ma i pregiudizi di un viaggiatore vengono dalle sue precedenti esperienze.

“Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia.”

Una città è un elemento vivo, che a volte cambia costantemente e altre volte è sepolto, impassibile. E ‘una combinazione di idee ed esperimenti di pensiero, creato dalle menti individuali che la vivono. Ogni posto è diverso per ogni persona, sotto ogni luce, ogni anno.

“La citta per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la citta in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso.”

Non ci sono risposte certe offerte da “le Citta Invisibili”, esattamente come spesso non è possibile trovare risposte certe mentre si viaggia o, per esempio, in un’altra lingua. Semmai, con ogni nuova parola, ogni nuova citta, ogni pagina sfogliata, una nuova idea viene scoperta con le fondamenta di una città. È un libro da leggere ancora ed ancora – forse la prossima volta in una lingua diversa!

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